Ultimo aggiornamento: 16.10.19

 

Un viaggio a gravità zero, ricco di curiosità e sorprese più o meno inaspettate, tra gli alimenti che vengono assunti dagli astronauti.

 

Quando si parla di cibo e di alimentazione l’attenzione cade spesso sulla varietà e la capacità di cambiare spesso, alternando così alimenti e gestendo anche in modo adeguato la loro conservazione. Come cambiano però le cose nello spazio? Il cibo è lo stesso o bisogna per forza di cose scendere a compromessi sul gusto e la qualità?

Cerchiamo di capirlo insieme nelle righe che seguono

 

Nello spazio nessuno può sentirti masticare

Fuori da questa battuta che omaggia la serie di Alien, esistono però alcuni fattori che vanno considerati quando ci si trova nello spazio. Gli effetti dell’assenza di gravità sulla fisiologia sono curiosi, tant’è che diversi astronauti effettuano continui esperimenti per testare la risposta e gli effetti di certi studi sull’uomo, in un ambiente che si può tranquillamente definire unico. 

Esiste per dirne una, la tendenza dei liquidi e del sangue a salire verso l’alto, nella parte superiore del corpo. Il risultato a livello estetico è un maggiore arrotondamento del viso e la scomparsa delle rughe, una conseguenza invece che intacca in modo decisivo il gusto è di avere quasi sempre il naso otturato, perdendo così in parte e temporaneamente il senso dell’olfatto. Gli effetti di un’eccessiva presenza di liquidi nella zona della testa ha un peso importante anche sul gusto, e gli esiti sono che le papille gustative tendono a “impigrirsi” per così dire. Un buon metodo per ravvivarle è utilizzare delle salse piccanti o particolarmente speziate, due alternative molto gradite agli ospiti che galleggiano in orbita.

 

 

Le nuove frontiere del cibo

Rispetto ai passi da gigante che tutta l’industria e la scienza aerospaziale hanno compiuto in quasi 70 anni di esplorazioni, per quel che riguarda il cibo si è andati spesso con i piedi di piombo, aggiungendo a passo lento novità e alternative alla dieta degli astronauti. 

Riassumendo in breve il viaggio culinario, partendo dal tubetto con diversi alimenti frullati di Yuri Gagarin, si è piano piano seguita una doppia strada riassunta magistralmente dal nostro Luca Parmitano in due scuole di pensiero culinario. 

Da un lato i russi, amanti dei cibi disidratati, e sul fronte opposto gli americani, che invece preferiscono fare scorte di cibo precotto e termostabilizzato. Emergono dunque alcuni elementi che saltano subito all’occhio di un semplice curioso. Nello spazio è meglio non accendere fuochi e scaldare in maniera adeguate determinate pietanze, riportandole così a una temperatura di servizio ideale, per il sapore finale, poi è tutto un altro paio di maniche. 

L’assenza di gravità, così come la mancanza di celle frigorifere con cui conservare anche per lunghi periodi gli alimenti, determinano e costringono a cercare vie alternative, preservando il più possibile le qualità nutritive di certe sostanze e alimenti. La shelf life di un alimento chiuso letteralmente dentro una busta morbida può arrivare anche a diciotto mesi. 

 

Disidratati o termostabilizzati

Già nel 1965, con il programma Gemini della Nasa, l’azienda aerospaziale decise di fornire l’equipaggio con prodotti disidratati contenuti in sacchetti. Altra variabile era poi rappresentata dai cubi di cibo, coperti con una pellicola gelatinosa. Il motivo principale era evitare il più possibile la formazione di briciole che avrebbero potuto creare problemi agli impianti di aerazione. Una volta estratti dall’involucro andavano consumati interi. 

Esistono particolari prodotti che ben si prestano alla procedura della disidratazione, come passati, verdure, legumi. Inseriti poi dentro un sacchetto dotato di un comodo adattatore, possono essere collegati a una macchina il cui scopo è quello di erogare la giusta quantità di acqua per riportare il tutto a un formato commestibile. 

Sul fronte opposto troviamo poi tutte quei cibi che invece mal si sposano a un processo di disidratazione, come le preparazione a base di carne, pesce o altri vegetali. Gli alimenti inseriti in queste buste vengono trattati termicamente. Lo scopo è quello di eliminare e bloccare la carica batterica, così che il processo di decadimento venga bloccato ed evitato. 

Cibi come i cereali integrali e i legumi si adattano particolarmente a questo trattamento, riuscendo tra l’altro a conservare anche il gusto della materia prima, visto che nel corso della cottura non si verifica dispersione di aromi o il ben noto processo di ossidazione per via dell’ossigeno. Una volta scaldate le buste, è possibile aprirle e consumarne il contenuto.

 

 

Strumenti per il riscaldamento e il consumo

Un buon scaldavivande non può assolutamente mancare su una stazione orbitante. 

La differenza sostanziale sta tutta nel sistema di funzionamento e nelle dimensioni. La linea guida impone di regolare al meglio gli spazi, con oggetti del genere che spesso assumono la forma e la grandezza di una valigia e nei quali collocare il cibo da riscaldare.

Il consumo di proteine e integratori è spesso parte della dieta degli astronauti, come anche il consumo di acqua sotto forma di una gelatina da aspirare con il supporto di una cannuccia.

Un insieme di nuove abitudini, capacità di riciclare e filtrare l’acqua ad altissimi livelli, riutilizzando anche residui organici depurati di tutti gli elementi tossici e andando a creare un circolo virtuoso. 

Da quanto letto, si capisce bene la grande capacità di adattamento che accompagna da sempre gli astronauti di mezzo mondo, individui veramente unici che spingono ogni volta un po’ più in là, la nostra conoscenza sui misteri della vita a gravità zero e su come l’uomo risponde nel tempo a questo ambiente.